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Iran: la chiusura di Hormuz influenzerà i tassi?

Data pubblicazione: 05 marzo 2026

Autore:

Wealthype.ai per Fineco Bank
Rappresentazione visiva dell'articolo: Iran: la chiusura di Hormuz influenzerà i tassi?
  1. Le nuove tensioni in Medio Oriente hanno ridato linfa alla volatilità sui mercati.
  2. Chiuso lo Stretto di Hormuz, gli osservati speciali sono il petrolio e il gas naturale liquefatto
  3. Per chi investe il rischio non va ignorato, ma va contestualizzato. Anche in questa fase.


LA REAZIONE "A CALDO" DEL PETROLIO DOPO GLI ATTACCHI IN IRAN

Prezzo del petrolio WTI e Brent in dollari al barile

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Fonte: Investing.com


Il rischio geopolitico è tornato prepotentemente al centro dell’attenzione con l’inizio di marzo. Gli attacchi di Israele e Stati Uniti contro l’Iran, dopo settimane di tensioni crescenti, hanno innescato una reazione a catena che sta coinvolgendo diversi Paesi del Medio Oriente. Per i mercati finanziari, l’escalation rappresenta una nuova fonte di incertezza, che si somma a quelle preesistenti: l’impatto dell’Intelligenza Artificiale su settori economici e aree di business e il tema dei dazi, con la progressiva ridefinizione degli equilibri commerciali globali.


Mercati: abbiamo assistito a una reazione “da manuale”


La reazione “a caldo” alla riapertura dei mercati, lunedì 2 marzo, è stata tutto sommato da manuale: azioni in calo, rendimenti dei Treasury in movimento per il riemergere dei timori inflazionistici, oro e dollaro USA in rialzo, anche in scia alla classica corsa ai beni rifugio. Il movimento più marcato si è però registrato sulle materie prime energetiche. Petrolio e gas hanno segnato un’impennata dei prezzi sui timori di un’improvvisa riduzione dell’offerta (solo in parte controbilanciata dalla decisione di OPEC+ di aumentare la produzione di aprile di circa 206mila barili al giorno).


Il Qatar ha momentaneamente interrotto la produzione di gas naturale liquefatto (GNL), mentre lo Stretto di Hormuz – dal quale transita circa il 20% del petrolio mondiale e oltre il 30% del GNL – è stato chiuso dopo gli attacchi. Un’interruzione prolungata del transito di merci attraverso questo snodo strategico, minacciata più volte da Teheran anche in passato, potrebbe sottrarre al mercato volumi significativi, in larga parte destinati all’Asia.


Un nuovo collo di bottiglia, insomma, che, sommato alle sanzioni a carico della Russia e alle tensioni militari in altre aree sensibili, sta rendendo sempre più complessa la logistica globale dei flussi di petrolio e GNL. Così, da inizio marzo, il prezzo del petrolio WTI (1) è salito del +14,8% e quello del Brent (2) del +15,7%, con diversi analisti che non escludono una traiettoria verso i 100 dollari USA al barile, se il conflitto dovesse protrarsi. E le quotazioni di gas naturale (3) ? Quelle sono aumentate addirittura del +91% (in base ai dati aggiornati al 3 marzo 2026).


Cosa significa tutto questo per chi investe?


Al di là delle oscillazioni di breve, prevedere come evolverà la situazione è estremamente difficile. Il presidente USA Donald Trump ha dichiarato di puntare a concludere l’offensiva nel giro di “quattro o cinque settimane”, ma la storia insegna che i conflitti raramente seguono una traiettoria lineare.


Per i mercati finanziari, tutto questo potrebbe tradursi in una fase di maggior volatilità e in un rafforzamento della domanda di asset difensivi. Il che fa perfettamente parte del gioco. Il Geopolitical Risk Index sviluppato da Dario Caldara e Matteo Iacoviello (vedi grafico sotto) mostra come negli ultimi decenni si siano alternati numerosi picchi di tensione internazionale. Ogni volta, la reazione iniziale è stata di avversione al rischio. Non sempre, però, questi shock hanno modificato la traiettoria di crescita di medio-lungo periodo.


L'INDICE DEL RISCHIO GEOPOLITICO GLOBALE

Nel tempo, ci sono state diverse "fiammate", ma la situazione è sempre rientrata

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Fonte: Caldara&Iacoviello GPR Index


Il punto centrale, oggi, è il canale energetico. Il blocco dello Stretto di Hormuz introduce un rischio concreto sull’offerta di petrolio e gas naturale liquefatto: se le tensioni dovessero tradursi in un aumento persistente dei prezzi di petrolio e gas, l’impatto potrebbe trasferirsi alle aspettative di inflazione e, di conseguenza, alle scelte delle banche centrali. È questo il nodo che i mercati stanno cercando di prezzare. Molto dipenderà dalla durata del conflitto e da altri fattori che oggi non possiamo prevedere.


Cosa ci insegna la storia? Diamo un’occhiata ai casi precedenti


Ciò che sappiamo è che, storicamente, l’azionario tende a soffrire nella fase di escalation di un conflitto e nelle settimane immediatamente successive, ma nel medio periodo torna tipicamente a muoversi in funzione dei fondamentali economici, piuttosto che dell’evento bellico in sé (vedere il grafico qui di seguito).


GUERRE E MERCATI: DOPO LO SHOCK INIZIALE, ARRIVA IL RECUPERO

Un rimbalzo dei listini si apprezza già durante i conflitti

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Fonte: analisi Farther apparsa su Thestreet.com, sugli indici S&P Composite (1872 - 1957) e S&P 500 (dal 1957 in poi)


Questo non significa che si debba ignorare il rischio: significa che è importante contestualizzarlo. Il quadro macroeconomico globale, pur attraversato da tensioni, non sembra presentare al momento squilibri sistemici evidenti. In più, negli ultimi mesi i mercati hanno già corretto parte delle valutazioni più tirate, anche attraverso una rotazione verso settori legati ad asset reali e meno esposti al rischio di obsolescenza tecnologica.


Tra panic selling e immobilismo, la “retta via” è quella della disciplina


Come muoversi, dunque? Per un investitore, nelle fasi di forte instabilità il rischio è duplice: farsi guidare dall’emotività oppure, al contrario, rimanere immobile per timore di sbagliare. Sappiamo che il “panic selling” assai raramente si rivela una strategia efficace, ma anche ignorare del tutto un cambiamento del contesto sarebbe da miopi.


La differenza, ancora una volta, sta nella qualità della costruzione del portafoglio d’investimento e, dunque, nell’asset allocation, intesa come combinazione coerente di strumenti in grado di reggere a shock anche improvvisi rimanendo allineata agli obiettivi di lungo periodo. In questo senso, la diversificazione resta il primo strumento di gestione del rischio: diversificazione fra classi di attivo, aree geografiche e fattori di esposizione.


Le crisi geopolitiche fanno parte della storia dei mercati: ricordarlo aiuta a mantenere lucidità quando il rumore aumenta. Per un investitore, l’approccio più solido resta quello della disciplina: evitare decisioni impulsive, quindi, e assicurarsi che l’asset allocation resti coerente con i propri obiettivi.




(1) https://it.investing.com/commodities/crude-oil

(2) https://it.investing.com/commodities/brent-oil-historical-data

(3) https://it.investing.com/commodities/dutch-ttf-gas-c1-futures-historical-data


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